Da il "Corriere della Sera " del 13 aprile 2004
il critico Cesare Garboli su Monica Guerritore:
«Verrà la morte e vorrei che avesse i suoi occhi»
di Paolo Di Stefano
Gli risultava difficile, per sua stessa ammissione, distinguere tra i libri e le persone che li hanno scritti. Perché amava vivere almeno quanto amava la letteratura. Non per nulla sosteneva che il testo si espande oltre la pagina scritta. Chi ha conosciuto bene da giovane Cesare Garboli ne parla come di un ragazzo bellissimo, dalla conquista facile. E la letteratura era per lui una preda da inseguire al di là del libro, nelle correnti che spirano dentro il vissuto. Questa convinzione lo doveva ispirare già da giovane quando, ricchissimo enfant prodige (era figlio dì un imprenditore), lasciò la sua Viareggio per approdare, nel luglio del '44, a Roma dove avrebbe conosciuto subito Antonio Delfini. Con gli «oggetti» dei suoi saggi ebbe amicizie intensissime: oltre a Delfini, Soldati, Penna, Natalia Ginzburg, Parse, Elsa Morante, Macchia. L'incontro con Roberto Longhi, il direttore di Paragone, e con Giacomo Debenedetti fu decisivo perché, chiamato alla redazione della rivista, ebbe modo di sprofondare nel mondo letterario del dopoguerra: «Roma — disse — mi rivelò la vita, i desideri, i sogni, in quegli anni c'era un gran respiro di libertà». E di sensualità. Appassionato di filologia classica, si laureò con Sapegno su Dante. Ma già il mondo letterario era ai suoi piedi. La sensualità del ritmo letterario era per lui inscindi-bile dalla fisicità delle persone. Anche quelle che non poteva conoscere, come il suo Molière o Sade (che disse senza pudori di aver letto sempre «sull'attenti»). In una recensione teatrale, istrione lui stesso, confessò il suo debole per Monica Guerritore, esprimendo il desiderio di «tenersela stretta per due, tre, quattro giorni e poi venga pure la morte e avrà i suoi occhi».