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“TerzaPersona” Antonio Gnoli incontra il filosofo Roberto Esposito

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Al neutro si sono dedicati studiosi come Weil e Kojève

la categoria di persona nella cultura occidentale

“Tutti coloro che si sono richiamati all´impersonale lo hanno fatto in nome della vita”

“Essere impersonali significa mostrarsi al di sopra di interessi privati”

ANTONIO GNOLI

Siamo tutti persone. Perbene e “permale”. Distinte e opache. Intelligenti e ottuse. Siamo persone e perciò indossiamo una maschera. L´etimo di persona è appunto maschera. La persona vanta diritti, esprime identità. Siamo persone, oltre che corpi, individui, o soggetti. Se vogliamo distinguerci da una cosa o da un animale, diciamo persona. Usiamo una categoria che da lungo tempo è entrata nel lessico della politica, in quello della teologia, e soprattutto del diritto. Sia la sfera laica che quella religiosa (si pensi al cristianesimo) hanno fornito all´idea di persona un rilievo e un´importanza notevoli. Il problema per i laici e i cattolici – limitando la questione all´Italia – non è la persona, ma quando un´entità la diviene. Sembra insomma una nozione acquisita, tanto più certa in quanto alla persona sono riconducibili la ragionevolezza, la libertà, il buon senso. Che cosa è uno schiavo se non un individuo deprivato della sua persona? E un folle, non è stato spesso lasciato fuori dalla sfera della persona?

«Vede», mi dice Roberto Esposito, «se ci limitassimo all´aspetto edificante del concetto di persona, non capiremmo come mai, nonostante tutti gli sforzi argomentativi per difenderlo, non si sia venuti a capo della violazione dei diritti umani, delle guerre, delle illibertà e le insensatezze che avvolgono la vita umana». È anche su questa insoddisfazione che ha costruito un libretto denso e acuto dal titolo eloquente: Terza persona (Einaudi, pagg. 184, Euro 17).

Tra i filosofi che si dedicano alla riflessione sulla politica, Esposito si è scelto un osservatorio che a prima vista può apparire marginale, ma proprio per questo in grado di cogliere le novità che il discorso di idee può oggi offrire a chi non si accontenti della tradizionale nomenclatura concettuale. Si tratta di un percorso più che decennale che partiva dall´esigenza di un ripensamento radicale delle categorie politiche moderne in una fase in cui esse avevano perso ogni presa analitica sulla realtà. Parole come “democrazia”, “rappresentanza”, “destra e sinistra”, “totalitarismo” – per indicare solo alcuni esempi del lessico politico – che avevano orientato il dibattito sulla politica hanno finito col mostrare inadeguatezza interpretativa e stanchezza concettuale. Di qui l´allargamento del discorso al concetto di impolitico e di communitas e infine l´approdo ai temi della biopolitica e della immunitas.

Si tratta di un percorso intellettuale non semplice e non del tutto evidente nelle conseguenze, ma che trova in questo nuovo lavoro sull´impersonale un significativo approdo. «L´uso che ho fatto della parola “impersonale” non è in opposizione a persona, non ne è la negazione frontale, come sarebbe in una filosofia dell´antipersona».

Impersonale di norma rimanda ad asettico, oggettivo, al controllo delle passioni o al di sopra dei singoli punti di vista. L´impersonale è imparziale. Un tifoso che si pronuncia sulla propria squadra, un genitore che dà un giudizio sul proprio figlio, o un politico che spiega l´operato del proprio partito, difficilmente saranno impersonali. Essere impersonali significa mostrare quell´imperturbabilità che spoglia il soggetto dell´interesse privato; significa innalzare l´individuo a una posizione in cui non è più parte in un conflitto di interessi. La figura che viene in mente è quella del giudice e con essa la possibilità di tradurre il diritto in giustizia, ossia in qualcosa che implica il concetto di “terza persona”.

«Terza persona allude all´impersonale, come nell´espressione “piove”. Il grande linguista Emile Benveniste ha spiegato che la terza persona, in quanto “non persona”, è irriducibile alle prime due, le quali sono logicamente e grammaticalmente legate tra loro nell´interlocuzione». Insomma c´è un “io” e c´è un “tu” e poi c´è un “egli”. L´io ha bisogno del tu e viceversa. Mi devo pur rivolgermi a un tu se voglio dialogare. E l´egli fintantoché resterà un lui distante, non coinvolto da questa dialettica, conserverà la sua forza impersonale.

«La terza persona – precisa Esposito – è l´unica a poter essere singolare e insieme plurale. Non ha vincoli come può averli l´io che si rivolge sempre, implicitamente o esplicitamente, a un tu, così come il tu presuppone sempre un io che lo designi. Il due è per forza di cose inscritto nella logica dell´uno, così come l´uno tende sempre a sdoppiarsi in due per potersi specchiare e riconoscere nel proprio interlocutore umano o divino».

Quando si dice che tre è il numero perfetto è in riferimento al suo carattere di indipendenza, di non compromissione, di neutralità che la “perfezione” va riferita. Ma l´impersonale, cui allude Esposito, non è soltanto la soglia da cui intravediamo l´imperturbabile, è qualcosa che riconosciamo in alcuni tratti del Novecento, a cominciare da certe esperienze dell´arte contemporanea tesa a “sfigurare” l´autore, il soggetto, la figura in tutte le sue declinazioni, per finire con alcuni esiti della politica.

«Impersonale non significa l´annientamento della persona. Quest´ultimo fu l´esito di quella linea biopolitica cui pervenne il nazismo che in nome della razza schiacciò l´essere umano sul suo nudo supporto corporeo. E poteva farlo perché, nella sua aberrazione, il nazismo presupponeva un´idea di persona da negare. Lo stesso meccanismo – anche se di segno opposto – lo hanno innescato quelle filosofie che salvano la persona e negano il corpo. Non si sfugge a questa alternativa: o si sottomette la razionalità all´animalità, come fecero i nazisti, oppure la “parte animale” a quella razionale o spirituale, come fanno i personalisti. In che modo uscirne? Il mio ricorso all´impersonale è in funzione della rottura di questa macchina dualistica che ha caratterizzato l´intera cultura occidentale, interrompendo così la distinzione presupposta tra persona, animale e cosa».

Quando Esposito indica l´intero Occidente non lo fa in nome di una esagerazione retorica, ma ricostruendo il lungo cammino che nella cultura giuridico-politica ha coperto la categoria di persona: «Essa, fin dalla sua origine romana e cristiana, e in forma sempre diversa, riarticola continuamente la separazione all´interno dell´uomo tra una dimensione propriamente umana, razionale, spirituale, ed una falda preumana assimilata all´animale o alla cosa su cui la prima deve esercitare un diritto sovrano di vita e di morte».

Si può dire che questo schema concettuale è anche il punto di contatto tra i laici e i cattolici? «Pur divergendo sulla identificazione del momento e della modalità dell´ingresso dell´essere vivente nella dimensione della persona, sia i laici che i cattolici assegnano a questa un primato assoluto sulla vita impersonale. Solo se può fornire le credenziali della persona, la vita umana acquista pieno diritto all´intoccabilità».

Dal ragionamento di Esposito affiora non tanto la condanna dell´idea di persona, ma la critica al suo fondamentalismo: «Pensi alla retorica sui diritti umani letti in chiave di riproposizione del concetto di persona». Apparentemente ineccepibile, in realtà largamente fallimentare: «Basta uno sguardo al quadro internazionale per accorgersi che il diritto oggi di gran lunga più disatteso è proprio quello alla vita. Non che in passato fosse meglio. Ma adesso, in relazione ai mezzi tecnici a disposizione dell´uomo, la sproporzione tra la parte di vita umana garantita ed anzi potenziata ben al di là dei suoi bisogni e la parte di vita umana condannata a morte per fame, malattia, guerra, è insostenibile, e ciò quando la bandiera della persona è issata all´unisono da tutta la cultura filosofica, giuridica, politica occidentale».

Assisteremmo dunque a un fallimento dei diritti umani la cui causa è nell´insistito richiamo al concetto di persona. Di qui, secondo Esposito, il passaggio a un fronte categoriale nuovo che metta al centro l´idea di impersonalità. Del resto è a questa sponda che, in modi differenti, sono approdati pensatori come Simone Weil, Alexandre Kojève, Michel Foucault, Maurice Blanchot e Gilles Deleuze. Ciascuno con una propria cifra ha lavorato sulla nozione di neutro. Per farne cosa? Per approdare a quale risultato? Per aprire quale prospettiva? «Sebbene gli esiti siano stati differenti resta il fatto che più o meno tutti coloro che si sono richiamati all´impersonale lo hanno fatto in nome e per conto della parola vita». Si torna al problema della biopolitica e al modo in cui essa declina l´esistenza umana. C´è una vita impersonale? Una vita che non sia soltanto il sottofondo biologico su cui si innesta tutto il resto? Foucault volse il suo sguardo a quanto di anonimo la vita stessa contiene. Vite infami, ovvero vite senza fama, è un suo testo che oggi andrebbe riletto: «Vite», spiega Esposito, «che non avendo mai giocato un ruolo soggettivo di primo piano, sfuggendo per così dire alle maglie della storia e perdendosi nell´anonimato dell´esistenza, non ci parlano mai in prima persona, non pronunciamo mai il pronome “io”, né si rivolgono mai a un “tu”. Non sono altro che dei fatti, o degli eventi, in terza persona». C´è da chiedersi se dopo tanto protagonismo si stia facendo strada una nuova concezione dell´anonimato.

Un commento per ““TerzaPersona” Antonio Gnoli incontra il filosofo Roberto Esposito”

  1. Lauryn dice:

    Un ottimo spunto di riflessione, io che sono a digiuno di filosofia ho divorato questo articolo, ora lo digerisco e lo faccio mio.
    Grazie Monica!

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