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La narrazione e la normalizzazione dell’insolito. Riflessione sulle cose o delle cose?

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‘La narrazione e la normalizzazione dell’insolito. Riflessione sulle cose o delle cose?’
Intervento per le Olimpiadi di Italiano nella giornata del 19 marzo al Convitto Nazionale di Roma dedicata al Giornalismo , alla Narrazione, alla Comunicazione.

La televisione accesa emetteva un mare di argomentazioni su temi politici di stretta attualità… Voci diverse, con toni diversi esponevano tesi e lanciavano messaggi talmente ripetitivi da cancellarne il senso (forse volutamente? o forse perché non ne avevano all’origine ?) Ciò che ne restava era solo rumore, un costante brusio di sottofondo. Mi ricordo di averlo associato alla emissioni di onde alfa lunghezza 7-13 Hz che accarezzano il cervello e lo mettono in stato di stand-by.
Ad un tratto una voce arrochita, in dialetto bolognese, sputa questa frase: “La situazione è tragica, la narrazione grottesca”
E mi aggancia . Aggancia la mia attenzione.
Narrazione
… quanta materia evoca questa parola… senso di azione, movimento, muovere raccontando qualcosa avendone colto il senso e quel senso restituendo
La narrazione come qualunque atto creativo presuppone un dialogo personale e diretto tra le parti e per mantenere in vita l’unicità dell’opera intellettuale, ideale, artistica bisogna onorarne l’ombra, la parte non visibile, la profondità. Ma con l’avvento dell’industrializzazione quella che è la sua forza viene soppiantata dalla forza della capacità di riproduzione e a dare potenza alle repliche entrano in campo i mediatori: la doxa, la grande distribuzione, la grande comunicazione.

Scrive Taleb nel bellissimo Il Cigno Nero (Il Saggiatore) “… Non è più necessario che l’artista sia presente/artefice di ogni rappresentazione. La tecnica della riproduzione ha scalzato l’unicità della performance”. Ecco il trionfo della riproduzione. Il costo uno-uno è fallimentare rispetto al ricavo uno-un milione di copie. Ed è la fine dell’esperienza diretta, quella valle del fare Anima dove i fatti si trasformano in esperienze di cui parla Keats che implica ed esige nel soggetto ricevente (pubblico, lettore, elettore) un lavorìo solitario, silenzioso, intimo, interiore che ne sviluppa il criterio, l’arbitrio, l’accoglienza, la condivisione o il rifiuto.
L’esperienza propria, intima, della cosa in sé, della parola in sé, del sentire in sé, è soppiantata dalla distribuzione che progredisce e autoimponendosi.
Mettere in cima agli incassi il film di Zalone senza evidenziare le 800 copie rispetto alle 400 del più diretto concorrente spiega il concetto .
Per facilitare questo processo a livello industriale/massmediatico e rendere il prodotto adattabile al maggior numero di utenti/menti possibili la forma originale dei cliché richiede via via tratti esteriori sempre più semplificati.
C’era una volta l’Aura, l’Unicità, l’Incanto oggi invece c’è lo choc , l’urto, l’impressione( W. Benjamin)
Anche il messaggio sia politico che commerciale deve fondare la sua potenza iconica sulla semplicità e la sua capacità di penetrazione sulla spinta ripetitiva del messaggio. L’indistinto, il generico, è come il cappotto di mezza stagione… va su tutto. Qualunque crisi (originalità, pensiero) del tratto estetico/etico crea un inciampo nella riproduzione fisica e intellettuale immediata e richiederebbe un tempo maggiore di comprensione. Ma un epoca che vive di superfici va di fretta, deve andare di fretta perché la superficie liscia senza crepacci ha poco da raccontare, anzi predispone, invita a scivolarci sopra facilmente…
Sfuggire alla cattura
Bombardati così da oggetti semplici, piccoli pensieri facili, piccoli giudizi facili, piccoli slogan facili, piccoli intrattenimenti facili, subiamo stremati l’elementare pantomima e stancamente indossiamo le maschere del quotidiano, ci ripariamo nei luoghi comuni, gli atteggiamenti tutti uguali che non ci raccontano, ma che semplificano le nostre relazioni e affoghiamo nell’apatia.

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe… (Montale)
Squadri … Animo nostro informe… Bastano queste due potenti contraddizioni per suggerire l’antitesi.
Solo questo sappiamo / ciò che non siamo / ciò che non vogliamo .
Siamo altro ..
E nelle persone cresce la solitudine , la mancanza di rappresentanza, di racconto. Cresce la nostalgia
La singolarità si assottiglia ogni giorno sempre di più. Sembra che ci sia una fabbrica al lavoro per la normalizzazione dell’insolito (Robert Walser -La Rosa)

Ecco il guasto della comunicazione. Quel racconto che come il cappotto di mezza stagione va su tutto non racconta mai l’insolito, l’invisibile, la Commedia Umana…Lo spettatore è li e non aspetta altro che trovare il suo particolare e insolito racconto in quella narrazione . E nei racconti in genere sono le zone d’ombra ..
La tragedia greca , definita da Nietzsche ‘ descrizione della condizione umana’ parla attraverso la maschera non come portatrice di finzione ma riparo dal personale, dal quotidiano, dall’Io dell’interprete. Solo quella rappresentazione simbolica, distante, percepita con sguardo visionario può avvicinarci agli abissi inesplicabili a cui fa riferimento e il divieto , nella tragedia greca, di vedere in scena la morte e il sangue è nella necessità di demandare all’immaginario ( quindi alla creazione personale) la parte più cruenta. Nel racconto bidimensionale dei nostri giorni il tentativo di rendere l’orrore (il mostruoso) più vicino a noi, più spiegabile, meno assurdo paradossalmente ce lo rende lontano e estraneo . Medea (così come tutti gli atti mostruosi che accadono nei nostri giorni ) avrebbe bisogno di quello sguardo, quel ‘pensare’ che si chiama ‘grecità’. Quello è l’occhio interiore con cui assistere sgomenti a queste rappresentazioni.. farcela amica, nostra vicina la uccide nella sua grandezza. Senza quello sguardo tragico sul suo racconto tutto diventa quotidiano, terribile. Una madre che per tradimento, solitudine , senso di ‘estraneitudine’ uccide i figli è miseria umana ma sono fortemente convinta che la tragedia non abbia come scopo il raccontare il dolore di questa madre per generare pena nel cuore degli spettatori. La tragedia racconta l’orrore di quell’atto e il suo alto senso è il dolore che genera nel cuore e nella mente di chi assiste a tale scempio.
E ci vuole tempo .
Il Cristo Velato
Conoscete il procedimento di sviluppo della pellicola cinematografica?
L’emulsione che ricopre la pellicola subisce una trasformazione quando viene immersa in una vasca che contiene un acido. Questo procedimento darà il tempo all’emulsione di trasformarsi in colori e i colori distinguersi e cosi dare forma a forme che diventano immagini. Emerge dal nulla qualcosa che era stato fissato su quella pellicola ma a prima vista non c’era: era in uno stato non visibile. L’immersione nel liquido fa riaffiorare strato su strato tutto quello che era stato impresso. In una camera oscura nel buio della notte o in fondo a noi stessi .
Il Tempo
All’incirca 60.000 anni fa si notò una brusca accelerazione nello sviluppo dell’intelligenza dei primi uomini tanto da permettergli di lasciare l’Africa e passando per l’Asia inoltrarsi in Europa. Ricordo di avere seguito con attenzione un programma scientifico che mi lasciò senza fiato per la sua bellezza e per quello che scoprii sui nostri antenati. Fu la scoperta del fuoco in Africa a determinare questa evoluzione nelle facoltà cerebrali delle scimmie. Il fuoco che rischiarò la notte concesse loro ore di inerzia. Di assoluta calma. Era buio, non si poteva cacciare ma intorno al fuoco la notte non faceva più paura. Avevano Tempo. La luce del fuoco
concesse loro il tempo di pensare. Ancora oggi quella memoria è nella nostra mente antica .. le fiamme ancora oggi ci ricordano quelle notti, ci ipnotizzano per questo penso sia andata cosi.. ne abbiamo memoria..

Accogliere questo lavorio interiore , svilupparlo , permettercelo ci guida nella creazione di un archivio immaginario che non vale in sé, non vale per la catalogazione o l’inventario o la quantità delle cose che vi sono collocate, ma per la dinamica con le quali sono riuscite a prendere posto in quella stanza immaginaria e quanto hanno smosso di noi collocandosi.
È questo lavorio cosi intimo e personale, quasi un processo alchemico, che trae nel tempo della lavorazione il suo fine, che diventa strumento, metodo per vedere in trasparenza interpretando lo spessore, le ombre del mondo e smettendo di subirne l’impatto visivo.
In teatro o al cinema o nella fotografia ci sono due tipi di “illuminazione”: la luce frontale, che mostra la superficie delle cose, delle persone. E il controluce, che ne potenzia l’essenza e vi aggiunge l’ombra.
Riflettere sulle cose , non riflettere le cose
La comunicazione oggi riflette le cose abbagliandole di luce e le rende superfici specchianti che ne impedisce la penetrazione .La visione in controluce invece va a sistemarsi nel retro del fatto ed è lì che ciò che ha massa, densità, spessore, prenderà corpo e sfocandone i tratti definiti , ne permetterà l’intuizione.
La fotografia della realtà, la doxa, l’istituto dei sondaggi, non raccontano gli esseri umani. A rispondere ai quesiti sono le loro maschere del quotidiano indossate per sfinimento, pigramente. E a comunicare ciò che accade intorno a noi sono altre maschere del quotidiano che comunicano, con un vocabolario sempre più ripetitivo, e la replica dei fatti senza il tempo della riflessione che ne consenta l’esperienza personale, emoziona sempre meno, graffia sempre meno, tocca sempre meno. Ma informa e dà l’illusione di sapere tutto.
E cresce così l’indifferenza a tutto.
Vidi Vittorio Foa in una delle sue ultime interviste televisive raccontare quanta pena provava ogni volta che riandava con la mente ai campi di sterminio, memorie fissate attraverso le immagini dei primi soldati russi quando quel filo spinato ancora separava fantasmi di esseri umani da un mondo di vivi che non aveva voluto vedere. Poi ad un tratto durante la trasmissione vidi il suo viso assumere una strana aria smarrita, tacque come per cercare di capire e disse; “ho visto poi una di quelle immagini con quei visi… usate sui cartelloni pubblicitari e replicata all’infinito… era la stessa immagine, la stessa immagine… ma ne aveva perso il senso, il dolore”. E raccontò dell’indifferenza dei passanti nei giorni di quelle esposizioni…
Immagini di morte diventate sfondo, arredamento urbano. O come in questi giorni materiale per rimpolpare e vincere la sfida dei palinsesti
Non è la riproduzione a comunicare il senso di un fatto. È l’interpretazione di quel fatto a riportarlo in vita.
Le parole stesse replicate all’infinito perdono peso , identità diventando così facilmente manipolabili. La quantità si impone, la semplicità diventa una scorciatoia, lo choc un modo per impressionare e catturare i sensi che pigri e aggrediti subiscono l’impatto. Ma l’impressione è un sentimento neutro, non ha coscienza.
Il Cardinal Martini ha raccontato l’importanza della sua esperienza a Gerusalemme, a partire da questo episodio:
I soldati sparavano e laggiù uomini morivano. Ma prima che io li fermassi e parlassi loro raccontando loro la vita di ognuno di quegli uomini, chi li aspettava a casa, la loro età, loro mi confessarono che vedevano solo buio… dopo che gli ebbi parlato videro uomini e non spararono più. La coscienza è un muscolo che va allenato…
Ecco l’alta missione della narrazione a partire della tragedia greca :allenare le coscienza… non accarezzarla …
Farò Medea mai ? Ho sempre risposto ‘mai’… proprio per questa sicura incapacità di poter imporre un personaggio che non faccia mai pena, mai comprensione umana, mai tenerezza. Troppo contro la natura stessa dell’interprete fare trasparire in ogni atto l’assurda ingiustificabile violenza, che per orgoglio (ybris) la porta a massacrare i suoi figli con la giustificazione patetico/romantica ‘ se solo mi avessi amato ..’ Solo vedendo l’orrore, il dolore, la condanna totale negli occhi dello spettatore direi questa è Medea. Ma ci vorrebbe una forza che credo di non avere nel perseguire solo lo sguardo muto degli spettatori , lo sgomento che nessun applauso dovrebbe interrompere . Paradossalmente il servizio pubblico , l’informazione avrebbero vinto solo nel momento in cui raccontando fatti che mostrano l’orrore avrebbe portato gli spettatori a spegnere la televisione , troppo colpiti da ciò che è accaduto(parlo dei delitti , parlo della situazione in Siria e in Grecia )per accogliere altro se non il silenzio e il tempo per permettere la riflessione , la eco , la trasformazione alchemica in ogni nostra fibra di questo male .
Quanto tempo ci vuole per permettere al mondo di provare un sentimento, restituire senso a quello che si fa, che l’altro fa, che si dice e che l’altro dice? Poco. Un attimo in più. Lo sguardo di superficie soddisfa lo sguardo negligente sulle cose.
E cresce l’anestesia dei sentimenti.

Un commento per “La narrazione e la normalizzazione dell’insolito. Riflessione sulle cose o delle cose?”

  1. Lidia Geraci dice:

    La comunicazione è ormai slogan, spot, stereotipi, perché, con tale modalita’ meglio cattura le teste di una società che non riesce a soffermarsi,in corsa continua. Il bacino d’utenza dei media, o della politica ecc segue delle mappe mentali che aiutano a sopravvivere nel grande caos della contemporaneità.
    Si fa uso della parola per lanciare un’informazione dove non si vuole che si svolga un approfondimento, per arrivare a colpire solo la curiosità…non l’attenzione, non la riflessione.
    Si fa uso del cervello nella sua accezione meno nobile: contenitore di notizie; un taccuino pieno di post-it. Quando può tornare utile, se ne legge qualcuno e lo si riproduce cacciandolo fuori dalla bocca, senza altri passaggi, senza una sosta nella riflessione, o nell’elaborazione di un concetto proprio. In tal modo, vengono trattate anche le tematiche piu’ delicate e sensibili. Sentimenti, obiettivi, relazioni, sessualità, criminalità tutti argomenti che dipendono molto dalla personalità, dal proprio carattere, dalla propria educazione, dalla propria psiche, dal proprio ‘storico’. Si rimane vaghi… “l’indistinto, il generico va su tutto”. Non ci si vuole impegnare. L’amicizia sui social la si chiede per apparire e, poi, la si può cancellare quando si vuole, senza strascico alcuno. Quando non ci si vuole impegnare, nasce la solitudine (e tu, Monica, lo spieghi benissimo…). Manca un fondamentale che, però, necessita a tutti. Manca, infatti, la relazione. L’assenza delle relazioni, annulla il dialogo. Si chiude il racconto del nostro quotidiano, ma anche del nostro passato. Questo non può accadere. L’esperienza comunicativa deve esistere all’interno di ciascun sistema relazionale. Il primo dei cinque assiomi della comunicazione, elaborati dalla scuola di Palo Alto, sostiene che e’ impossibile non comunicare, poiché la comunicazione è un agire involontario. Qualsiasi nostro comportamento e’ una forma di comunicazione. Ma, il comportamento non lo si osserva piu’, non lo si vede. Sembra non interessare piu’.
    “Essere visti per vedere” come tu ami ripetere.. Il ‘fare’ artistico è un forte strumento comunicativo. Facilita l’accesso verso l’interiorità’, che è stratificazione di emozioni, sentimenti, eventi. Senza l’approfondimento, tanto della nostra autenticità rimane inespresso. Il prodotto artistico e’ traccia dell’interiorità’. E’ il punto d’incontro tra chi lo realizza e chi ne usufruisce. Un incontro tra due identità. Aiuta a riconoscerci, aiuta a distinguerci meglio. In quella sala buia del teatro ci sono anime a nudo. Ci sono esseri che stanno riconoscendo nell’interprete le proprie paure, le proprie forze, le proprie debolezze. Sono li fermi, seduti a godersi il tempo, quello necessario per uscire dalla maschera del quotidiano, dalla facilità dei pensieri e dei giudizi. Il tempo per risvegliare sentimenti, senza uso di anestetici. Occorre il tempo per non rimanere triturati dalla vita “mordi e fuggi” e dal “fast food” della mente. E’necessario il tempo per non rimanere chiusi nel recinto della superficialità, bovinamente.Vivere più lentamente per riuscire a leggere l’intimo.
    Sì, e’ vero. Si rimane qualche istante come sospesi alla fine della rappresentazione in teatro, ad esempio. L’applauso non scatta subito. Tu lo spieghi come il non volere rompere subito l’emozione. Io vi leggo anche una richiesta di prolungamento. Forse, la sensazione che stia finendo troppo presto, mentre ancora c’era tanto da scoprire, da capire e riconoscere. Forse, la necessità di non tornare subito nella società ‘liquida’, cosi come la definisce Z. Baumann, che produce una comunicazione liquida, una comunicazione che, quindi, non riesce a prendere forma e non può,di conseguenza, avere la grandezza dei contenuti.
    “Serve una metamorfosi dell’umanità’, simile a quelle che ci traghettarono fuori dalla preistoria o dal medioevo” (E. Morin). Se i media, se i governanti, se gli enti deputati alla nostra formazione avessero l’etica necessaria, la sensibilità indispensabile, l’onesta’ o, per dirla in breve, provassero a dare il buon esempio aiutandoci in un processo di miglioramento, in un percorso che può condurci verso il rinascimento, si potrebbe arginare il danno del disfacimento e della disgregazione. Ognuno di noi, però, deve applicare il proprio impegno. Deve pulire i detriti che produce nella propria e nell’altrui anima. Presentarsi, il piu’ possibile, pronto verso la consapevolezza del proprio bello, da coltivare, ma anche del proprio brutto, da eliminare.
    “Il popolo, il pubblico sono nomi collettivi che servono a far confusione. Un bel giorno ti accorgi che siamo noi, invece, credevi fossero gli altri” (E. Flaiano). Ciascuno, nel nostro piccolo, provi a scoprire la propria singolarità, a comprenderla meglio e a metterla in luce, senza abbagliare, con sfumature e colori naturali. Ognuno di noi ha delle potenzialità, spesso sconosciute,con margini di miglioramento notevoli per non essere catturati nella società del ‘copia e incolla’ e nella sua vacuità. Proviamoci!
    Grazie, Monica, per il contributo che dai, in varie forme ed occasioni, verso queste belle sfide.

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